Zara: lavora con noi. Siete sicuri?

Saranno due anni che per scelta non entro da Zara, h&m… ma, oggi, per 5 volte girando per il web mi sono ritrovata l’annuncio “Zara lavora con noi”… Che dire, le imprecisioni della pubblicità mirata… Magari è arrivato anche il momento di stallare un adblocker.

Ma torniamo a Zara… ho già raccontato qui nel blog, come nel mio post “La moda post- apocalittica : tenebre e luce” del mio cambiamento dopo aver visto il documentario “The True Cost” di Andrew Morgan che racconta, nel profondo, il mondo del fast fashion e  tutte le conseguenze inquinanti sia per cause ambientali sia in fatto di etica e sviluppo della moda. Ami la moda? Allora devi assolutamente vedere questo film, ti farà ammirare ancora di più la moda vera, quella che si preoccupa dell’ origine delle materie prime e se colui confeziona gli abiti ha la sua dignità rispettata, perché la moda è storia e cultura e non si può dimenticare la storia di chi confeziona l’abito, deve essere costruita dalle opportunità e nel rispetto dell’essere umano.

 

Come lavorare per Zara?

Ci sono tanti modi di lavorare per Zara, dove uniche sicurezze sono: o sottopagato o non guadagnando nulla. Attualmente abbiamo visto le notizie del corteo studentesco che protesta tra le vie di Milano contro l’alternanza scuola-lavoro, colpendo di uova anche le vetrine di Zara. Si, perché Zara è tra le multinazionali che si approfitta del lavoro di studenti senza pagare, il vergognoso accordo dell Ministero dell’Istruzione, “Buona Scuola“. Si, lavorare gratis.

Ma, a lavorare gratis o quasi per Zara e simili ci sono anche tantissimi operai Turchi, Indiani, Argentini… o quasi gratis come le commesse brasiliane, pensa: stipendio medio mensile per chi confeziona gli abiti per Zara in Brasile è di 100/150 euro, con turni di 15 ore giornalieri…

Zara per quanto riguarda la produzione dei capi si è sempre difesa delle accuse di sfruttamento del lavoro, allegando che non le produce direttamente, ma si appoggia con subappalto ad aziende locali. In pratica Zara, come tutta l’ industria del fast fashion continua a fare finta di non vedere lo sfruttamento della mano d’opera di queste aziende locali, a ignorare il tasso di tossicità dei suoi abiti e così via…

Nel 2016 una indagine della BBC Panorama, ha svelato che in Turchia esistono bambini rifugiati Siriani a lavorare per 12 ore in fabbriche che forniscono “Marks & Spencer”, “Mango, “Zara” e “ASOS”. Ma tanto sono aziende locali e loro insistono a dissociarsi, sempre con la scusa del subappalto…

 

I messaggi d’aiuto dei lavoratori nelle tasche degli abiti Zara

Si, negli abiti Zara non troviamo soltanto topi cuciti, ma troviamo anche messaggi di soccorso dei lavoratori che chiedono aiuto. Messaggi che dicono: “ Ho cucito questo abito ma non sono stato pagato” , “sono stato obbligato a lavorare allo sfinimento per confezionare questo vestito” …

Ultimamente, a Istanbul, tante persone hanno trovato nelle tasche degli abiti Zara messaggi dei lavoratori di Bravo, un’azienda che produce abiti anche per Zara, loro si sono trovati da un giorno all’altro senza lavoro e senza ricevere pagamento per  i mesi che hanno lavorato.

Nel 2013 nel Bangladesh il palazzo Rana Plaza è crollato uccidendo più di 1000 lavoratori che producevano abiti anche per Zara e fino ad oggi non ci sono cambiamenti significativi nel modo di produzione dell’industria del fast fashion. Ma tragedie come queste ci obbligano a vedere la brutta realtà di questa industria e continuano a nascere movimenti, come quello Londinese Fashion Revolution ,che lottano per cambiare questo panorama, credendo che si, la moda può essere sostenibile.

E ricordiamoci che anche piegare magliette o friggere patatine dev’ essere fatto con dignità e nel rispetto dei nostri diritti. Basta fare finta di nulla e piegare la testa.

 

“The deadly cost of fashion” il documentario del New York Times che racconta la tragedia di Rana Plaza

 

 

 

 

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