Ormai è impossibile scorrere le home dei socials senza imbattersi nelle condivisione dei palloncini di Sarahah con messaggi anonimi pieni di scherzi, critiche, rivelazioni e come ci si poteva aspettare, tanta malvagità.

L’app, già scaricata da milioni di persone nel mondo, è ancora una conferma in più che i socials sono diventati la palude putrida di sentimenti contorti, il luogo dove vomitare vanterie, bugie, rabbia e incomprensioni. Evan Williams, fondatore di Twitter, in un’ intervista allo New York Times alcuni mese fa dichiarava le sue preoccupazioni, sostenendo che Internet ha fallito e che dare la parola a tutti non ha fatto altro che aumentare la diffusione di notizie false, concetti sbagliati e incremento dei casi di bullismo.

 Sarahah è diseducativo?

Si, Sarahah è una app che conferma i mali dei nostri tempi, la tendenza a non assumere le proprie responsabilità, stimolando niente di più che la codardia. Un modo contorto di rapportarsi alla “verità”, uno stimolo in più al voler adeguarsi a quello che pensano gli altri.

Chi nella vita ha avuto o è stato un amico vero, sicuramente si è trovato nel difficile momento in cui si ascolta o si decide di dire una “brutta verità”. Assumersi questa responsabilità scomoda e tante volte dolorosa, dire o svelare una “verità” è un tassello fondamentale della crescita personale e dei rapporti. Un’app che garantisce l’anonimato non è che un’altro sintomo della nostra difficoltà d’affrontare anche il dolore di assumersi le proprie responsabilità, usando il disprezzo, molte volte, come arma.

L’app nasceva con il proposito d’essere usata in azienda per comunicare critiche in forma anonima, quindi senza soffrire penalizzazione. Questo non fa che confermare un sistema malato, la nostra incapacità di comunicazione anche nei rapporti aziendali e della prepotenza che impera, perché una critica dovrebbe essere punita? E perché affidarsi a commenti anonimi che potrebbero essere usati soltanto per aumentare ancora di più la tensione e intrighi tra colleghi e collaboratori? Sempre più isolati a favorire un sistema che sopravvive grazie a questo isolamento.

La fabbrica di tensione e manipolazione dei rapporti e sentimenti non fa che aumentare e con la scusa “va di moda”, assistiamo al massacro in piazza pubblica del senso critico .

Scoprire con Sarahah quello che pensano di me?

Il successo di quest’app conferma un’altra caratteristica dei nostri tempi, la nostra frenetica e irreale ricerca di protagonismo, il forte bisogno di adattarsi a schemi e giudizi. “Cosa veramente pensano di me?” una domanda che conferma la mancanza di consapevolezza e autocritica, cercando risposte altrettanto irreali. La domanda vera sarebbe cosa pensi tu veramente di te stessa, ma come ho già detto prima, proviamo a sfuggire a tutti i costi dall’assunzione di responsabilità, anche quando la dobbiamo avere verso noi stessi.

Sempre di più dentro di noi, si diffondono le “echo chambers”, esattamente come succede nel web, vediamo e ascoltiamo solo quello che serve a rafforzare le nostre convinzione. Se ho poca autostima e cerco risposte in Sarahah, per me avranno importanza soltanto quelle che mi feriscono e non faranno altro che peggiorare la mia situazione, se sono una tipa piena di me, automaticamente le critiche che mi mettono in discussione saranno ignorate e accoglierò soltanto quelle che mi servono per contribuire alla crescita dell’idea irreale di me stessa… Allora che valore potrà avere? Diventerà soltanto un’altro strumento narcisistico per diffondere le nostre bugie, basti vedere la proliferazione delle condivisione dei palloncini con i messaggi sui socials.

 

 Scaricare Sarahah?

No grazie, perché la risposta è fregarsene di quello che pensano gli altri. Perché dovrei essere giudicata da chi non so chi sia? Preferisco una critica di qualcuno con cui possa discutere e rispondere. Preferisco mandare anche a fanculo in faccia, perché anche questo fa bene. Tra una bella bugia o una brutta verità in incognito, preferisco molte volte la forza di un sguardo, credo ancora che quello mente meno.

Se un giorno ci sarà l’app che m’entra in testa e mi dice chi sono io per me stessa, magari ci penserò.

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